Nell’intento di ribadire la giustezza della scelta di presentare il partito da solo alle elezioni, minata dal fatto di essere riusciti a presentare il simbolo in sole 8 regioni, e in 4 di esse solo al Senato, la dirigenza del PCI, rivoluzionario che più rivoluzionario non si può, si paragona a quella delle avanguardie risorgimentali, bolsceviche e cubane, che alla lunga vinsero nonostante l’azione dei disfattisti interni ed esterni.
E’ il punto più basso del settarismo che domina fra noi comunisti, già raggiunto dal PC, che sclerotizza l’elemento di partenza marxiano al quale si rifà: le condizioni materiali e umane o morali della classe.
La storia passata delle avanguardie comuniste, della quale i dirigenti del PCI si mostrano profondi conoscitori, viene sapientemente snocciolata ma ingessata con una presunzione intellettuale, che arriva persino a tradire un certo compiacimento. Così come il PC sacrifica la strategia alla tattica, immergendosi nel mondo dei mestatori politici con la convinzione di essere incorruttibile, il PCI sacrifica la tattica alla strategia, presentandosi statuario come il faro nella notte della società morente.
Entrambi, in questo modo, completamente incapaci di dare vita alle loro analisi, di innervarle di carne e di sangue, di renderle organiche, di dare ai lavoratori odierni il senso anche biologico della prospettiva, materiale, appunto.
Invece, la lettura attenta della storia della rivoluzione bolscevica, porta gioco forza a concludere che l’avanguardia della classe lavoratrice si forma attorno a un centro di gravità, che è determinato dal confronto continuo fra i due estremi, mancando uno dei quali, si cade inevitabilmente nel velleitarismo (i rivoluzionari) o nella disillusione (i riformisti).
Tutte le svolte storiche citate dal PCI per giustificare la sua scelta, con il senno del poi, si possono tirare per un verso o per l’altro, se non sono inserite nel contesto degli accadimenti reali, nei quali la causalità degli eventi emerge dal sotteso della miriade di casualità che la compongono. La scienza, anche quella politica, è ipotetico-deduttiva, o si trasmuta in religione; le fotografie del passato sono indizi per scrutare il film del presente, non storie che si ripetono immutabili nel tempo.
Ciò a dire che l’azione politica è una scommessa permanente, sia dal lato delle classi dominanti che delle classi dominate, e le equazioni risolutive emergono dal travaglio del confronto/scontro, mai vengono partorite a priori o a posteriori nei laboratori dell’intelletto.
Dunque, a priori tutto può essere convincente, così come a posteriori tutto può essere convincente; ma se una scelta politica è azzeccata, te ne accorgi solo nel mentre la metti in atto, e te ne accorgi solo perché ne godi i frutti insieme alla moltitudine che prima ti era estranea. Ogni altro risultato non è azzeccato, e deve portare alla revisione della linea politica, nell’ambito dialettico creato dal confronto/scontro.
Invece, secondo l’analisi della sua dirigenza, le cose andranno come già sono andate, e il PCI è quindi predestinato al compito di fare la rivoluzione. Del resto, all’opposto, il PC è altrettanto convinto di poter egemonizzare chiunque, di fare la rivoluzione manovrando a destra e a manca. Sfugge, alle avanguardie del PCI e del PC, sia la condizione materiale del presente che il fattore umano o morale della classe dalla quale sono entrambi convinti di partire: ossia che il presente di essa è costituito da una sequela di sconfitte, causate dalla forza dell’avversario ma anche dalle continue scelte frazioniste, che, in Occidente, hanno precipitato gli umani in una condizione di amoralità, di quasi completa alienazione.
Infatti, mentre cento anni fa la scissione fra rivoluzionari e riformisti fu determinata dalla prima Rivoluzione proletaria della Storia, oggi è conclamata dallo scontro iperbolico di menti, che da decenni raccattano pretesti per ribadirsi le une contro le altre, sfuggendo pervicacemente alla severa autocritica alla quale dovrebbero sottoporsi dopo ogni cocente umiliazione.
Gli scissionisti di cent’anni fa avevano meno di trent’anni in media, e l’intelletto spalancato nel nuovo in cui erano immersi; oggi hanno più di sessant’anni in media e la mente nel passato, alla disperata ricerca di ogni possibile appiglio possa dare una dignità politica al resto delle loro vite.
Nel mezzo di questi due estremi, rivoluzionari o riformisti a tutti i costi, non può che starci allora un centro di gravità impermanente, che oggi si chiama Unione Popolare e prima si è chiamato in altri modi: puntini sulle i di discussioni sistematicamente ritardatarie, insopportabilmente distanti dai sentimenti profondi degli sfruttati.
Gli sfruttati: perfetti sconosciuti ai quali trasmettere il Verbo del momento, senza avere un progetto di superamento di una che è una delle contraddizioni che essi vivono; senza un barlume di idea su quale debba essere il quotidiano di una società socialista.
Condizioni materiali e umane o morali della classe: perfette sconosciute da generazioni di perdenti, che si ostinano a scimmiottare i loro idoli di gioventù; più o meno inconsapevoli di essere utili idioti del Capitale. L’autocritica è là che ci aspetta, a tutti noi comunisti, irremovibile; dunque siamo sempre in tempo………………………..
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