Per un vero rivoluzionario, il pericolo più grande, fors’anche l’unico, è l’esagerazione rivoluzionaria, l’oblio dei limiti e delle condizioni che rendono opportuna ed efficace l’applicazione dei metodi rivoluzionari. E’ qui che i veri rivoluzionari si sono più spesso rotti l’osso del collo, quando si son messi a scrivere la parola “rivoluzione” con la maiuscola, a fare della “rivoluzione” qualcosa di quasi divino, a perdere la testa e perdere la facoltà di riflettere con il massimo sangue freddo e a mente chiara, di pesare, di verificar e in quale momento, in quali circostanze, in quale campo d’azione bisogna saper passare all’azione riformista. I veri rivoluzionari periranno soltanto nel caso in cui perdessero la facoltà di ragionare freddamente e s’immaginassero che la “rivoluzione”, “grande, vittoriosa, mondiale”, possa e debba assolutamente risolvere per via rivoluzionaria ogni sorta di problemi, in qualsiasi circostanza, e in tutti i campi dell’azione. Lenin
AUTOCRITICA E CRITICA, PER LA RICOSTRUZIONE DI UN UNICO PARTITO E SINDACATO DEI LAVORATORI
Un sussulto di onestà politica
L’idea di mettere in piedi questa piattaforma virtuale nasce per volontà di alcuni di noi che in passato hanno militato nel Pci, e poi per determinati periodi nei vari partiti nati in sostituzione di quest’ultimo, dopo la sua chiusura. Quest’idea è maturata dalla consapevolezza tardiva e via via crescente che chi ha raccolto il testimone delle lotte dei lavoratori in Italia, ha finito per essere un problema per il loro riscatto al pari delle difficoltà oggettive nel porre un’argine alla rinnovata aggressività del potere industriale e finanziario.
La fine di un mondo
Più precisamente, intendiamo dire che nel 1989, quando terminò la divisione del mondo in blocchi economici e politici contrapposti, quelli come noi fra i 25 e i 35 anni d’età sapevano che la decisione di chiudere il Pci gli avrebbe fatto compiere scelte determinanti, sia per il proprio futuro sia per quello di chi non si arrendeva all’idea che quello fondato sullo sfruttamento del lavoro fosse l’unico sistema economico possibile, perciò volendo rimanere organizzati per difendere ed allargare il benessere conquistato a suon di lotte nei decenni precedenti.
Il nuovo non nasce
Noi, in sostanza, intendiamo affermare in tutta franchezza che la situazione di estrema frantumazione, debolezza, sconforto e smarrimento di chi da allora non si è arreso all’idea di dover subire lo sfruttamento senza reagire, dipende tanto dalla forza degli sfruttatori quanto dall’inadeguatezza assoluta di quelli come noi che, partiti alla testa degli sfruttati, li hanno poi trascinati alla coda di tutti gli eventi politici di questo paese. Diciamo di più: nel corso di 30 anni, noi che ci siamo litigati l’eredità del patrimonio storico, culturale e organizzativo dei comunisti e dei socialisti in Italia, siamo stati capaci di mettere in piedi decine e decine di partiti, 2 sindacati e un pulviscolo di organizzazioni locali, i quali hanno determinato nient’altro che un’apoteosi continua di travasi di dirigenti e militanti dalle une alle altre; segno, questo, che non solo siamo inadeguati ma anche opportunisti e presuntuosi fino all’inverosimile.
La lunga stagnazione
Per avere un’immediata panoramica storica di ciò che è accaduto a sinistra nel periodo preso in considerazione, anche senza visualizzare nel particolare ciò che di politico e di sindacale è nato e morto a livello locale, basta dare un’occhiata all’immagine di presentazione di questo scritto. Fra quelli di noi che di volta in volta si sono presentati come alternativi, e chi ha preteso di federare per evitare confronti risolutivi, nulla abbiamo dunque fatto in 30 anni per ricomporre la frantumazione da noi stessi causata; bensì l’abbiamo sempre più accentuata, in un cupio dissolvi di accuse, rancori e pretese di rinnovata purezza ideologica e/o riformista che ben poco hanno di politico e sindacale, e nullo interesse per i milioni di salariati che dovrebbero starci a sentire e darci retta.
Dire e fare
Affermando queste cose, noi che avevamo dai 25 ai 35 anni d’età quando si trattò di organizzare la difesa delle conquiste dei lavoratori e il rilancio delle lotte, in opposizione all’attacco virulento della propaganda anticomunista prodotto dalla caduta del muro di Berlino, chiediamo a tutti di tarare bene quel che diciamo e facciamo ora rispetto a tutto quello che abbiamo detto e fatto nel passato. La stragrande maggioranza di noi, semplici iscritti o dirigenti ai vari livelli, è stata buona per tutte le stagioni; alcuni di noi rivendicano questo trasformismo, altri affermano che non sono mai stati contraddittori rispetto alle proprie scelte, altri ancora rimangono incomprensibilmente silenti.
Scavare nel passato
Nessuno di noi s’è mai preso la briga di fare autocritica e di essere conseguente ad essa, è questa l’unica vera ragione interna, quella esterna, come detto, è la forza dell’avversario, per la quale in Italia continuano a mancare un partito e un sindacato dei salariati. E’ dunque necessario tarare i ragionamenti che facciamo quando si interloquisce con noi, tarare le iniziative alle quali chiamiamo a partecipare, tarare le proposte di lotta e di governo che facciamo, tarare i dibattiti in essere fra di noi; tarare i nostri scritti, tarare ciò che diciamo in pubblico: tarare insomma il presente tutto intero di noi pretesti avanguardisti, mettendolo a confronto con tutto quello che abbiamo fatto nel passato, in modo da comprendere fino in fondo quanto le vite difficili che conduciamo dipendono anche dalla reiterata e sconcertante sequela di errori che abbiamo compiuto e dai quali non abbiamo tratto alcun insegnamento.
Recuperare la visione del futuro
Non stiamo dicendo altro che di procedere con il metodo marxiano anche nei confronti di noi che siamo venuti prima e abbiamo contribuito a determinare la realtà nella quale siamo tutti immersi; diciamo cioè di studiare il passato nelle sue implicazioni profonde, per capire il presente che ne è l’evoluzione. Solo in questo modo, tutti noi che vogliamo, avremo la possibilità di setacciare quanto serve alla causa dei lavoratori, sia in termini teorici, sia in termini pratici, sia in termini di personale politico. Avviamo questo processo di autocritica e critica, e alla fine potremo una buona volta affermare con cognizione di causa di aver trovato la quadra per la formazione del partito e del sindacato che servono ai lavoratori di questo paese.

