Come ha scritto Domenico Losurdo, la Rivoluzione russa assume un valore universale anzitutto per il contenuto anti coloniale di quella rottura, che per la prima volta mise in discussione i paradigmi positivistici della civilizzazione occidentale. Con la Rivoluzione russa per la prima volta nella storia Paesi periferici e rurali rivendicano il proprio diritto all’emancipazione al di fuori di una relazione dipendente dall’Occidente.

Non a caso è solo dopo la Rivoluzione russa che il marxismo varca i confini dell’Occidente diventando dottrina di liberazione per milioni di uomini soggetti al dominio coloniale in Asia, Africa e America Latina. Oltre a questo, lo stesso sviluppo delle istituzioni di base in Occidente (equiparazione dei diritti tra uomo e donna, stato sociale e politiche attiva di redistribuzione, conquiste di diritti sociali e centralità della classe lavoratrice) si determina sotto l’impulso di quanto avvenuto in Russia, non a caso, una volta crollato il socialismo l’offensiva padronale in Occidente non ha più avuto alcun freno.

Questo significa che tutto era perfetto? No, ci mancherebbe. Ma come si può pretendere da un Paese che ha tentato di passare da relazioni semifeudali al socialismo quella perfezione che nessuno domanda per il mondo capitalistico liberale?

Già all’indomani della Rivoluzione del ’17 la Russia si è trovata con le truppe occidentali sui suoi confini, accerchiata e sottoposta a un cordone sanitario che presto è diventato guerra a tutto campo del mondo intero contro quel tentativo. Ciò ha fatto chiudere in sé il tentativo di transizione socialista, portando a commettere molti errori, ma è stata una guerra, mica una competizione pacifica tra due modelli, e la guerra è stata subita dall’URSS sin dal suo primo giorno di vita.

Ciò nonostante, il socialismo in un Paese arretrato e misero come la Russia ha rappresentato l’emancipazione di milioni e milioni di persone dalla servitù più assoluta e (quella sì) totalitaria. I dati statistici economici sulla transizione, la crescita e la modernizzazione tra il 1917 e il 1960 sono un fatto unico nella storia dell’umanità.

Quell’esperimento ha mostrato limiti ed è stato sconfitto? Certamente, è fuori discussione, il punto è però un altro: se vogliamo comprendere anziché limitarci a emettere sentenze, dobbiamo analizzarne le contraddizioni di quella transizione evitando di servirci di chiavi interpretative che, metodologicamente, pretendano di contenere già le conclusioni dell’indagine nelle premesse del ragionamento.

Quando ci si occupa dei complicati e contraddittori tentativi di transizione socialista, oramai è diventato un luogo comune rifarsi alla discutibile contabilità dei lutti fatta (all’ingrosso) nel famigerato “Libro nero del comunismo”, nel quale vengono compresi anche i morti per guerre e carestie in gran parte dei casi indotte dall’esterno. Sarebbe ora, credo, di scrivere pure un “Libro nero del liberalismo”.

Se, infatti, usassimo gli stessi parametri adottati da Stéphane Courtois &Co., quante centinaia di milioni di morti dovremmo imputare all’espansione mondiale delle nostre relazioni sociali borghesi? Proviamo solo a pensare a questo: le conseguenze storiche dell’accumulazione originale del capitale

sulle sterminate masse rurali cacciate dalle campagne trasformate in moltitudini mendicanti nelle grandi periferie urbane; lo sterminio dei popoli nativi nel Nord e Sud America, Asia e Oceania; i morti dovuti alla miseria e allo sfruttamento coloniale occidentale in Africa, schiavismo compreso; le infinite guerre imperialiste condotte negli ultimi due secoli in ogni angolo del pianeta per rapinare le risorse dei “popoli incivili”.

Un’ecatombe, ben occultata nei libri o nelle trattazioni divulgative sulla storia dell’umanità. Anche questo conferma un punto già colto da Marx e Engels nella metà dell’800: è proprio nel terreno delle ideologie il vero successo della società borghese, così l’aver trasformato il mondo in un grande cimitero è presentato come affermazione dei principi di libertà e civiltà sulla barbarie.

Il paradosso storico è che, pur essendo maestri di ideologia, i grandi e piccoli teorici del liberalismo fanno della critica alle ideologie la propria battaglia più caratterizzante. La conferma della loro capacità egemonica è che la maggioranza delle persone, dotata anche di una buona cultura, ci crede e la riproduce più o meno consapevolmente.

Gianni Fresu

Pubblichiamo per gentile concessione dell’autore.