“Non toglierti il cappello davanti al padrone!” o “ringrazia che lavori!”?
La prima esclamazione cominciò a pronunciarla Di Vittorio, in gioventù, decenni prima che diventasse segretario della CGIL, mentre organizzava le lotte dei braccianti pugliesi, divenendo con il tempo il simbolo del riscatto dei lavoratori italiani, mai più disposti a tenere la testa china dinnanzi a chiunque.
La seconda esclamazione, l’emblema della protervia padronale, è implicita nelle dichiarazioni dei dirigenti nazionali dei tre maggiori sindacati odierni,
mentre sui luoghi di lavoro, è letteralmente sbattuta in faccia al lavoratore anche dai quadri intermedi del suddetto sindacato, ogni qualvolta debbono giustificare l’inerzia rivendicativa o la firma di contratti a perdere.
POSSIBILE?
Questo rovesciamento di ruolo del sindacato, per il quale la frase tipica e più odiosa del padrone risuona nei luoghi di lavoro per bocca dei sindacalisti, non è avvenuto in un battibaleno, e nemmeno per caso.
Esso è stato avviato agli inizi degli anni ’90, quando i sindacalisti riformisti, in opposizione sempre più marcata ai rivoluzionari, cominciarono davvero a credere che il mondo del lavoro italiano avesse troppo sia in termini di salario, sia in termini di diritti, sia in termini di Stato sociale.
Infatti, fu allora che la grancassa mass-mediale ampliò a dismisura i due preesistenti luoghi comuni economici sul Pci e sulla Cgil:
il primo operaista, pronto a tutto pur di difendere in Parlamento i “privilegi” dei lavoratori, e la seconda capace di portare il paese alla rovina economica, con le sue “assurde” pretese salariali, inculcandoli a forza nelle menti sindacali, soprattutto a partire dalla crisi monetaria del 1992, voluta apposta per creare il debito pubblico tale da giustificarli.
Con questa spada di Damocle forgiata e puntata sulle nostre teste, il padronato cominciò a dirci che eravamo vissuti al di sopra delle nostre possibilità,
il che rese esplicita la presunta necessità di rinunciare a tutto quello che non ci potevamo più permettere; salari indicizzati, scuola, sanità e trasporti pubblici, pensione corrispondente a quanto versato e così via.
PARTIAMO DALL’INIZIO
Il retroterra economico-politico favorevole per la nascita del sindacato, ha cominciato a sedimentarsi subito dopo l’unità d’Italia. Nel 1863, nel Real Opificio Borbonico di Pietrarsa, la prima industria siderurgica italiana, avvenne la prima repressione documentata della prima lotta operaia, con quattro morti e annesse rappresaglie.
Le Leghe operaie e contadine di tutto il continente europeo si avvantaggiarono dei reciproci echi delle loro lotte, e fu questa la ragione principale per cui furono messe in piedi quasi in concomitanza con l’apertura delle attività economiche di scala, le industrie, appunto.
Quel che avvenne nell’arco di secoli in Inghilterra, il primo paese al mondo nel quale il sistema capitalista si era sviluppato, servì da battistrada agli operai del resto d’Europa, accorciando anche significativamente i tempi delle prese di coscienza di chi veniva gettato nelle fornaci dello sfruttamento.
D’altro canto, qui da noi, l’industrializzazione proseguì sporadica e lenta per due decenni, prima di ricevere slancio dalle decisioni politiche, perciò facendo si che ovunque fosse aperta una fabbrica, lì i lavoratori avevano il tempo di entrare con un bagaglio minimo di formazione sindacale.
La sponda politica al sindacalismo italiano fu creata nel 1884, l’anno di nascita del Partito socialista rivoluzionario italiano, poi confluito nel Partito socialista fondato nel 1892. Furono proprio alcuni quadri di questo partito, a fondare le Camere del lavoro che nel 1906 si riunirono dando vita alla CGIL.
Le Camere del lavoro furono quindi pensate sia come uffici di transito preparatorio all’entrata in fabbrica, sia come centri di assistenza materiale (sussidi di disoccupazione, malattia, infortunio e vecchiaia devoluti da fondi comuni foraggiati dagli stessi lavoratori), e aggiunsero il loro servizio per il lavoro, a quello offerto dalle cooperative agricole volute da alcuni liberali, alcuni borghesi illuminati e i mazziniani, che già producevano a basso costo beni alimentari.
Questi due principi, l’educazione ai doveri e i diritti nella fabbrica e l’auto mutuo sostentamento, laicizzarono di fatto l’atteggiamento sociale della Chiesa, con la fondamentale differenza che furono concepiti come supporto all’esistenza e alle lotte, e non come sollievi della vita grama in attesa di quella ultraterrena.
In nuce, essi rappresentarono perciò il prototipo dello stato sociale che, durante il secondo dopo guerra, i partiti comunisti, socialisti e socialdemocratici di tutta Europa imposero al blocco padronale al termine di decenni e decenni di lotte e scontri aspri, spesso sanguinosi.
Questi due principi erano presenti anche nei paesi protestanti, nei quali, però, l’esasperata etica individualista li depurò, e parecchio, della vena sociale, portando i soldi delle mutue dei lavoratori nei Fondi comuni delle Borse, negli Stati Uniti molto spesso pesantemente condizionati della mafia.
Dunque, il sindacalismo italiano nacque politicizzato rispetto a quello anglosassone, e questo si rivelò nel lungo periodo un formidabile strumento di supervisione ed organizzazione capillare, strettamente legato all’agire parlamentare dei partiti operai.
Il sindacalismo politicizzato fu anche un potente collante di sintesi delle posizioni riformiste e rivoluzionarie, sia interne alla CGIL che ai partiti di riferimento.
Con la crisi del Psi nel primo dopo guerra, e l’avvento del fascismo che spazzò via i partiti dalla scena politica, la CGIL fu infine costretta a scegliere fra la messa al bando o il subalterno ruolo corporativo che il regime impose al sindacato.
I dirigenti dell’epoca scelsero, e preferirono essere messi fuorilegge, piuttosto che svolgere il ruolo ancillare al padronato che il fascismo aveva confezionato per loro.
A META’ STRADA
Nel secondo dopo guerra, la strategia delle forze reazionarie si adeguò ai tempi, agendo contro la CGIL sia con il terrorismo mafioso, che stroncò a suon di stragi il movimento contadino siciliano per la distribuzione dei latifondi signorili, sia con la scissione che portò alla nascita della CISL e poi della UIL.
La crisi che ne seguì, fu dovuta per altro anche alla scelta sbagliata di difendere tutti i posti di lavoro, compresi i molti delle industrie militari, piuttosto che lavorare a un piano che li riconvertisse al civile, nel quadro di uno sviluppo programmato dal PCI e il PSI dell’economia, in alternativa a quello selvaggio che la DC e il suo blocco di potere assecondavano molto più volenti che nolenti.
Superato questo contropiede, il sindacalismo italiano si portò appresso il limite delle divisioni indotte dalla politica, finché fu evidente a tutti e tre i segretari delle maggiori organizzazioni, che era stolto sprecare forze dichiarando per ogni obiettivo contrattuale tre distinti scioperi da parte di ognuna di esse.
L’unità d’azione che esse riuscirono a mettere in piedi funzionò, ma in un contesto via via mutato, nel quale la nuova controffensiva padronale prese forma ideologica dopo l’approvazione dello Statuto dei lavoratori (1970) e prima della firma dell’accordo sull’indicizzazione del salario all’inflazione (1976).
Infatti, riprendendo un cosiddetto studio di matrice statunitense, nel 1973 apparve sul più importante quotidiano italiano il lungo e preoccupato articolo, con il quale gli industriali misero in guardia il paese dai pericoli derivanti dalla troppa democrazia.
Il padronato ebbe insomma l’abilità di riorganizzarsi mentre subiva l’onda lunga delle lotte pluridecennali messe in piedi sia sul versante sindacale che su quello politico.
Va detto che gli stessi sindacati, per bocca di Lama (1977), accettarono di considerare il lavoro una variabile dipendente del mercato, senza riuscire però a spiegare in modo esaustivo e comprensibile ai lavoratori, che la modulazione del salario era inquadrata nella macro politica-economica del Parlamento decisa assieme alle parti sociali (la Confindustria, CGIL, CISL e UIL), e, quindi, tutt’altro che una resa alle pretese degli industriali.
LA DISCESA
Il contrattacco padronale vero e proprio partì in occasione della crisi della FIAT del 1980, quando il settore impiegatizio, sobillato nell’amor proprio piccolo borghese dalla propaganda padronale, manifestò contro quello operaio per interrompere lo sciopero a oltranza indetto dalla sola CGIL trenta giorni prima.
La sconfitta fu palese e in parte inaspettata, nonostante l’aperto appoggio del PCI; forse, si sarebbe potuto gestire tatticamente meglio l’inizio della crisi, senza precipitare lo scontro.
Fatto sta che la ristrutturazione che ne seguì, fu il segnale che il vento era cambiato anche sul versante sindacale, oltreché su quello politico, con l’entrata in scena di Craxi, eletto segretario del Psi quattro anni prima su una linea sostanzialmente anti-operaia, prima ancora che anticomunista, come ci si accorse quattro anni dopo la crisi della Fiat, quando, da Presidente del Consiglio, egli sferrò il primo attacco all’indicizzazione salariale.
Essa resse fino alla crisi monetaria del 1992; crisi, come detto in principio, voluta, cercata e pilotata per dilatare in modo abnorme il debito pubblico, consegnando il paese nelle mani delle Borse di tutto il mondo, cioè del potere finanziario.
Con il successivo accordo fra industriali e sindacati, che andò a sostituire il precedente, disdetto dai primi, i secondi riuscirono a conservare un margine di manovra per le rivendicazioni tramite la contrattazione di secondo livello, quella legata alla produttività (la prima all’inflazione).
Ma la logica dei due vecchi luoghi comuni, secondo i quali la sinistra politica è operaista e quella sindacale di irresponsabili pretese, era ormai inattaccabile proprio perché “dimostrata” dalla crisi economico-finanziaria accollategli dal padronato.
RIFORMISTI SINDACALI
Questa convinzione che i mali del paese dipendevano dalle eccessive pretese della sinistra politica e sindacale, si fece strada fra i quadri intermedi dei partiti presunti eredi del PCI e quelli della CGIL, e se la fece tanto più rapidamente quanto più essi videro spalancarsi possibilità economiche e di carriera via via più allettanti.
Corruzione a parte, non si trattò tanto di soldi in più, ma di conquistarsi i posti elettivi e quelli dell’apparato burocratico sindacale, sia nel settore privato che in quello pubblico.
L’emarginazione quarantennale alla quale furono sottoposti i lavoratori del PCI (e quelli del PSI fino a che esso non entrò nel governo), fece da volano al riemergere del desiderio del posticino al sole, tipico della società italiana fin dai tempi dei comuni e poi dei principati:
quello stesso che ha sempre mantenuto ipertrofiche tutte le strutture intermedie di governo: quello monarchico come quello ecclesiastico, quello civile come quello militare.
Il degrado del patrimonio politico e sindacale della sinistra italiana proseguì inesorabile, man mano che la costruzione della UE avocò alle sue Commissioni economiche le relative decisioni dei Parlamenti nazionali.
Il colpo di grazia lo diede infine l’avvento dell’Euro, che consegnò definitivamente la gestione dell’economia agli industriali e i banchieri, riducendo i tre maggiori sindacati italiani a carrozzoni burocratici preoccupati soprattutto, se non esclusivamente, di sopravvivere a se stessi.
IL TRACOLLO
C’è da osservare che la CISL e la UIL, da sempre in coda alle lotte, rinunciarono a farle ben prima della CGIL, che nel 2009/10 si ritrovò comunque messa all’angolo, con gli operai della FIAT sotto ricatto di licenziamento, di nuovo loro, che vennero sconfitti nel voto referendario sull’accordo capestro dai Si degli impiegati, di nuovo loro, che li costrinsero ad accettare imposizioni padronali tali da condannarli a condizioni di lavoro ottocentesche.
Ebbene, così come il fascismo aveva posto la CGIL davanti al dilemma di fare il passacarte delle negoziazioni fra il regime e gli industriali, oppure di essere messa fuorilegge, così anche in quell’occasione si pose di nuovo per essa il dilemma di svolgere il suddetto ruolo per conto della UE-BCE, che aveva sottratto ai parlamenti nazionali il potere economico, oppure di prepararsi per uscire dall’angolo nel quale era stata costretta.
I dirigenti nazionali della CGIL scelsero, anche contro la loro stessa categoria, di fare i passacarte piuttosto che rianimare lotte delle quali c’era e c’è bisogno come il pane.
Una svolta sciagurata e imperdonabile, quella dei riformisti sindacali, che ha trascinato nell’oblio dei ricordi strumentalizzati più di cent’anni a difesa dei lavoratori.
Si, perché, esattamente come il PD non si fa scrupolo di considerarsi erede del PCI smentendolo sistematicamente nell’agire politico, cosi anche la CGIL odierna rivendica continuità con quella passata (tanto più che nome e simboli sono rimasti gli stessi) il cui ruolo ha di fatto ripudiato, creando entrambi una sconclusionata propaganda, che finisce da un lato per far comodo alle forze conservatrici e reazionarie, instancabili nella rievocazione del pericolo comunista e operaista, e, dall’altro, per disorientare i lavoratori, sconcertati e increduli nell’ascoltare dai loro rappresentanti il famigerato “ringrazia che lavori”, piuttosto che il “non toglierti il cappello davanti al padrone”.
RIVOLUZIONARI SINDCALI
Il sindacalismo cosiddetto di base aveva già preso piede dopo la sconfitta alla Fiat del 1980, in un quadro gioco forza puramente rivendicativo, alla fin fine corporativo, perché rifiutava l’impianto trilaterale messo in piedi dai tre maggiori sindacati, la confindustria e il governo, per pianificare l’economia nazionale.
E’ stata questa mancanza oggettiva di ampio respiro, dettata dallo spontaneismo e dalla contrapposizione nei confronti soprattutto della CGIL, a compromettere in partenza la nascita di un quarto sindacato, in grado di strutturarsi fin da subito come alternativa solida al sindacalismo storico.
D’altro canto, così come il PCI non seppe comprendere appieno i rischi politici del velleitarismo e dell’individualismo insiti nei movimenti studenteschi del ’68 e del ’77, così anche, la CGIL non si rese conto di dover presentare ai lavoratori la gestione triadica dell’economia (Parlamento, Confindustria e Sindacati, appunto) come un nuovo punto di partenza, e non di arrivo.
In seguito, la chiusura del PCI e la disdetta dell’indicizzazione salariale, tracciarono un solco sempre più profondo fra riformisti e rivoluzionari, sia politici che sindacali, lasciando elettori e lavoratori in balia di contrapposizioni insensate e avulse dalle dinamiche reali, sempre più direttamente influenzate dalle UE e poi anche dalla BCE.
Della miriade di sindacati nati dalla crisi degli anni ’80, soltanto uno ha conquistato un certo peso, USB, per altro largamente insufficiente ad intaccare l’egemonia della CGIL; la quale, mentre tiene spudoratamente il freno a mano delle rivendicazioni saldamene tirato, non si fa scrupolo di demonizzare chiunque affermi la necessità della ripresa delle lotte.
Francamente, non è facile dire se sta peggio la sinistra politica rispetto a quella sindacale, o viceversa.
Il problema è in ogni caso sempre quello: i riformisti, se in contrapposizione ai rivoluzionari, precipitano nella disillusione tanto più rapidamente quanto più questi ultimi, di contro, diventano preda delle velleità più improbabili.
La riapertura di una nuova e duratura stagione di lotta è imprescindibile per tutto il mondo del lavoro, ma rischia di rimanere solo una necessità finché, su altre e avanzate basi, non si ricomporrà la frattura fra gli uni e gli altri, sul versante politico così come su quello sindacale.
Leone Lazzara