L’ultimo rapporto dell’ISTAT parla chiaro: al 1 gennaio del 2021 l’Italia ha perso 384 mila residenti rispetto all’anno precedente. Praticamente una città di medie dimensioni.
Siamo passati da 59 milioni e 641 mila a 59 milioni e 258 mila.
Tale calo si inserisce in un trend negativo, iniziato dal 2014. L’anno scorso, tuttavia, il calo è stato assai più marcato degli anni precedenti. Quest’ultimo è stato senz’altro effetto della pandemia, certo, ma stiamo comunque parlando di un trend al ribasso che dura ormai da sei anni.
Il problema, tuttavia, è più profondo di quanto non appaia a prima vista.
Qui, infatti, stiamo parlando di popolazione complessiva e quindi del saldo nascite/decessi, oltre che di quello tra acquisizioni di cittadinanza e cancellazioni.
Se, però, andiamo ad osservare le sole nascite, il trend negativo data da ben dodici anni, e si va dai 577 mila nuovi nati del 2008 ai 404 mila del 2020.
I nati dello scorso anno sono dunque il 30% in meno di quelli del 2008.
È da tenere presente che il calo delle nascite è presente nel corso di tutto l’anno 2020 – con la sola eccezione di febbraio – ed è più cospicuo negli ultimi mesi. Se consideriamo la distanza di nove mesi tra il concepimento e la nascita, abbiamo che già nella seconda metà del 2019, ossia prima che scoppiasse la pandemia, registriamo una netta diminuzione dei concepimenti, i quali poi crollano, come era da aspettarsi, dal marzo 2020.
Questo ultra-decennale calo delle nascite riceve ulteriore conferma dal numero delle iscrizioni scolastiche, anch’esso da anni in costante diminuzione.
In realtà la diminuzione della popolazione italiana – e soprattutto delle nascite – sarebbe stata assai più grave ed esistente da più tempo, se non fosse stato per il fenomeno immigratorio, che nei primi anni 2000 è stato massiccio. Quest’ultimo fenomeno ha contribuito alla crescita della popolazione fino al 2014 e a contenere la diminuzione delle nascite, grazie alla maggior fertilità degli immigrati, rispetto alla popolazione autoctona.
Ma negli ultimi anni gli effetti “benefici” di tale fenomeno si stanno sempre più esaurendo.
Quali sono le cause di tale calo della popolazione e soprattutto delle nascite?
In realtà occorrerebbe effettuare una distinzione tra due fenomeni solo in apparenza simili.
Ossia, è noto che lo sviluppo della società del benessere e dell’istruzione nel secolo scorso ha coinciso più o meno dappertutto con una vistosa diminuzione del numero di figli per famiglia.
Tale discorso sarebbe troppo lungo da approfondire in questa sede, ma, in sostanza, siamo passati da una società in cui un figlio costava relativamente poco e inoltre poteva essere mandato a lavorare già in età molto giovane, ad una in cui la prole comporta più oneri e doveri, che non benefici, almeno in tempi brevi.
Ciò che però si sta verificando in Italia negli ultimi decenni – e in modo particolare negli ultimi anni – è un fenomeno completamente diverso. Se prendiamo come area di riferimento il Continente Europeo, infatti, abbiamo un tasso di fertilità che è particolarmente debole proprio nei paesi meno benestanti, trovando agli ultimi posti Malta, Portogallo, Finlandia, Grecia, Spagna e – fanalino di coda – l’Italia.
Non solo: anche all’interno del nostro paese la provincia che risente meno del calo delle nascite è quella di Bolzano, mentre la diminuzione massima l’abbiamo al Mezzogiorno.
La diminuzione della popolazione e soprattutto il calo delle nascite non è più il riflesso – come era una volta – di maggior benessere e istruzione, bensì, al contrario, di minori prospettive lavorative ed economiche per le giovani generazioni.
È evidente che, in un contesto in cui, come abbiamo accennato, un figlio comporta delle spese una volta inconcepibili, mettere alla luce un bambino diventa, se non proprio un lusso, quantomeno un indice di una raggiunta stabilità e relativo benessere economico. Condizioni che nell’Italia di oggi sempre meno giovani sono in grado di raggiungere.
Il proliferare di lavori precari e sottopagati che ha caratterizzato l’Italia degli ultimi decenni e ancor di più – sotto gli effetti del Jobs Act – gli ultimi anni, sta facendo sì che numerosi giovani, spesso laureati, se ne vanno all’estero alla ricerca di condizioni migliori e, anche quando rimangono nel nostro paese, sono poco propensi ad imbarcarsi in quella che ormai è diventata quasi un’avventura, che richiede risorse economiche che non sono in grado di ottenere, ossia fare una famiglia.
David Insaidi