Sono in un bar oltre il raccordo anulare, ai confini tra Roma e il comune di Tivoli. Entro e ordino un caffe. La cassiera proprietaria inizia a parlare e borbotta tipiche frasi fatte, che sentiamo ogni giorno sulla bocca della gente. Alzo lo sguardo verso un poster appeso al muro e leggo:
“ Meglio puzzare di merda che essere povero!”
Mi pento subito di essere entrato in quel posto. Sento puzza di una mentalità discriminatoria e di destra. Poi vado al bancone e la barista, mentre mi prepara il caffe, trema in continuazione, la vedo agitata.
Gli domando: tutto bene? Lei, dice di si.
Poi, mentre sorseggio il mio decaffeinato, e la padrona va nel retro del negozio, la barista si apre con me.
“ Sono qui da una settimana, non so mai il mio orario di lavoro, non so quando prenderò di stipendio a fine mese, non so nulla!” Conclude con un sospiro dicendo: “ Se vuoi lavorare è cosi!!”.
Da quando, nel 1912, venne scelta dalle operaie tessili di Lawrence come canzone-simbolo della loro dura lotta per il reddito e la dignità, “il pane e le rose” non è più stato soltanto uno slogan né, tantomeno, una semplice canzone. Autentico manifesto di un mondo a venire, “il pane e le rose” sintetizza l’idea di una “società dove si è più felici, realizzati, liberi”. Una società, dunque, dove il tema dell’emancipazione della donna diventa il pilastro su cui fondare il senso di un riscatto collettivo, finalmente in grado di scardinare la divisione in classi e la relativa dinamica di sfruttamento e di oppressione economica e patriarcale.
