TESTA

DOVE LA STRUTTURA ECONOMICA CREA LA SOVRASTRUTTURA SOCIALE

Posti come questi, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, ne nacquero un po’ in tutt’Italia, ospitando per lustri o addirittura decenni la massa contadina in migrazione dal sud al nord del paese, più per fuggire dalla fame e la miseria che per cercare la svolta nella vita.

Io sono nato a Borgata Ottavia, all’epoca una frazione del comune di Roma, lontana una quindicina di chilometri dal centro, che viveva del lavoro contadino, arrotondando le entrate ogni qualvolta (via via più raramente) c’era la transumanza dei pastori provenienti dalle zone appenniniche centro settentrionali, che li si fermavano per fare provviste e dormire una notte al coperto.

Le televisioni in casa erano sempre più numerose, ma gli adulti passavano ancora molto tempo a raccontare quello che non sapevano scrivere e che i giornalisti ancora non chiedevano.

Li ho sentiti più e più volte parlarne fra parenti, con la rabbia dell’amor proprio ferito: a mio padre, proveniente dalla provincia del messinese, e mia madre arrivata da quella dell’avellinese, come del resto a decine e poi centinaia di migliaia di persone, per circa un quindicennio fu negata la residenza perché erano privi di contratto di lavoro, e fu negato il contratto di lavoro perché erano privi della residenza.

Tutta gente che per la burocrazia e i versamenti pensionistici non esisteva, quindi, ma costruiva le case nelle quali non poteva abitare, fabbricava i mobili che non poteva comprare, produceva insomma tutto quello che in massima parte non poteva avere.

Il degrado, la prostituzione e la delinquenza furono costituenti di quella vita da baraccati, ma lungo l’arco dei decenni sempre più contenuti dalla visione del futuro che le condizioni materiali e intellettuali sempre migliori aprivano alle menti.

Le baraccopoli sparirono definitivamente durante il decennio dei mandati di Argan, Petroselli e Vetere, fra il ’75 e l”85, i quali diedero casa agli 80.000 reduci dell’emarginazione creata dall’impetuoso sviluppo economico che aveva trasformato l’Italia da nazione prevalentemente agricola in paese industriale avanzato.

CROCE

DOVE LA SOVRASTRUTURA SOCIALE CREA LA STRUTTURA ECONOMICA

In Europa occidentale si sente parlare degli zingari (cingani o cingari, egiziani) giusto agli inizi del Rinascimento, fra il 1415 e il 1419. In quegli anni, essi rinnegarono la fede cristiana, e il Re d’Ungheria li cacciò per rappresaglia dalle loro terre.

A quel punto, gli zingari ridivennero cristiani e si diressero verso Roma, dove arrivarono nel 1422, per ottenere il perdono dal Papa, da questi concesso a patto che essi errassero per sette anni al fine d’espiare la colpa dell’apostasia.

Le cronache riferiscono che a Bologna si fermò un gruppo di zingari nel 1442, accolti con atteggiamento caritatevole e incuriosito stupore per i costumi radicalmente diversi di quella gente.

Sia la predisposizione alla carità sia lo stupore per i costumi, però, lasciarono quasi subito il posto a ostilità e rabbia per la sequela di furti commessi dai nuovi venuti. Ancora oggi non è chiaro quale sia la loro provenienza etnica, mentre invece è fin troppo evidente che essi hanno finito per diventare quasi subito il prototipo e l’emblema della disonestà e del parassitismo.

All’inizio certamente loro malgrado, in seguito per inerzia e infine anche per scelta. Martino V, infatti, che pure avrebbe avuto l’autorità morale per imporre al Re d’Ungheria di restituire le terre agli zingari, non si rese conto di spingerli verso un nomadismo già all’epoca destinato a diventare anacronistico, in quell’Europa nella quale gli stati nazionali stavano prendendo forma e consistenza, preparandosi poi all’industrializzazione.

Approfittando del fatto che i confini non erano presidiati a dovere, e per giunta cambiavano in conseguenza dei continui conflitti armati, durante i successivi tre secoli, tutte le città europee di una qualche rilevanza ebbero dunque a che fare con gli zingari, prima come artigiani, armaioli, fabbri, carrozzieri e persino argentieri e orafi; poi, man mano che l’ostracismo borghese li ostacolava nell’esercizio delle suddette attività, e l’industrializzazione riduceva le quote di mercato dell’artigianato, come quelli specializzati nel furto coperto dietro la facciata dell’elemosina.

D’altro canto, la prostituzione è sempre stata assente, fra gli zingari, mentre non è quasi mai mancato lo sfruttamento della prostituzione altrui.

Le baraccopoli, sia stanziali che mobili, si presentarono via via in quanto luoghi di degrado sempre più marcato, quanto più l’accrescimento del benessere riduceva quello delle borgate cittadine che sostituivano le baraccopoli indigene.

C’è da aggiungere che, durante l”800, una parte di essi si prestò a diventare manovalanza criminale internazionale per fini opposti, cioè sia al soldo delle reti spionistiche delle monarchie sia a quello dei loro nemici liberali e repubblicani. Nel ‘900, infine, gli zingari finirono nel tritacarne del razzismo nazifascista diventando a tutti gli effetti le vittime che oggi non sono più.

TESTA O CROCE

Testa e croce di una stessa medaglia, dunque, le baraccopoli degli immigrati interni e degli zingari.

Le prime si sono ridotte nel tempo, fino a scomparire, nell’unico modo possibile: il Psi e il Pci, l’uno con le riforme del primo governo repubblicano di centrosinistra, e l’altro con le lotte, hanno dapprima moderato l’impetuosità dello sviluppo economico e lo hanno poi indirizzato, dirottando risorse del mercato nell’edilizia pubblica e nello Stato sociale (Scuola, Sanità e Trasporti).

Le seconde sono rimaste un fenomeno relativamente contenuto fino a che, con l’adesione della Romania al trattato di Schengen, centinaia di migliaia di zingari hanno potuto di nuovo emigrare in tutta Europa, nella quale sono stati progressivamente e deliberatamente messi in condizioni di non fare niente: neanche più i raccoglitori di cartoni.

Così, se da un lato la colpevole assenza dei riformisti non ha frenato il neo degrado delle borgate cittadine, e i rivoluzionari non hanno mobilitato alle lotte se non in parte davvero minimale; dall’altro assistiamo ad una vera e propria apoteosi dell’ipocrisia, per cui i riformisti sono arrivati a denunciare gli zingari per abusivismo e i rivoluzionari ad esultare per la loro assoluzione.

Capito? I magistrati salvano gli zingari perché hanno costruito la casa di legno e lamiera anziché di mattoni, e da un lato si rimane delusi mentre dall’altro si esulta! C’è poco da fare, padroni e banchieri, a tutt’oggi, vincono sempre: o esce TESTA, e le borgate degradano inesorabilmente a causa dell’impoverimento dei lavoratori; o esce CROCE, e gli accampamenti degli zingari perpetuano il degrado e diventano centri di controllo delle attività delinquenziali.

Infatti, i riformisti nulla intendono fare per legiferare sia sull’edilizia popolare sia sullo stato sociale, in modo da soddisfare sia la domanda di alloggi sia la promozione del tessuto culturale necessario a non lasciare gli individui impantanati nei vizi della vita grama.

I riformisti, insomma, hanno accettato il sistema, e tutt’al più possono impegnarsi in una blanda redistribuzione della ricchezza prodotta, sostanzialmente per evitare che le borgate diventino polveriere di disagio sociale pronto ad esplodere.

Essi, del resto, così come accettano la struttura economica e la sovrastruttura del degrado insita in essa, così anche non sono disposti a mettere in discussione la scelta politico-religiosa, ovvero sovrastrutturale, con la quale un Papa ha causato la rinascita del nomadismo nell’Europa industrializzata, cioè di una vera e propria anti funzione nella struttura del moderno.

In quanto ad ininfluenza, i rivoluzionari non sono da meno; privati della presenza nelle assemblee elettive, essi hanno infatti trascorso il tempo per lo più a sperimentare alleanze alchemiche per rientrarvi, fondate su relazioni territoriali sempre più rarefatte e intermittenti, quindi finendo per incaponirsi nell’astratta difesa del Diritto, senza alcun costrutto.

Incapaci di analizzare le scelte economiche di fondo, i rivoluzionari non si sono minimamente resi conto di quanto stava accadendo nel sociale, e questo è visibile in modo lampante laddove hanno difeso gli zingari anche contro gli stessi cittadini che ne subiscono i miserrimi soprusi.

Da ambo le parti, riformisti e rivoluzionari, ci si muove nel solco di un volontarismo più o meno interessato, che nulla ha a che fare col socialismo; perché le lotte per strappare profitto al capitale, affermano il lavoro come diritto di tutti e come dovere di tutti.

Da qua bisognerà ripartire, dal lavoro come diritto e come dovere, per riaprire davvero una prospettiva di lotta credibile, in Italia e in Europa.

Leone Lazzara