Il recente episodio della crisi di governo che s’è risolta con la caduta di Conte e l’instaurazione del Governo Draghi rappresenta, a mio avviso, un vero e proprio colpo di Stato “soft”.
Ci sono diversi fattori che mi hanno portato a trarre questa conclusione.
Intanto i pesanti e martellanti attacchi mediatici che aveva subito il precedente governo, incredibilmente cessati con l’arrivo del nuovo esecutivo, sostituiti, anzi, da una “santificazione” dell’ex governatore della BCE.
Poi il curioso viaggio negli Stati Uniti da parte di Renzi nel dicembre scorso, per andare a trovare il neoeletto (ma allora non ancora presidente) Joe Biden. E la storia del dopoguerra italiano ha dimostrato come questi viaggi negli USA da parte di esponenti dei governi italiani, quasi sempre finiscono poi per produrre dei mutamenti sostanziali in questi ultimi. Fatto sta che appena Biden si è insediato alla Casa Bianca, Renzi fa cadere il governo.
Ma la cosa curiosa è un’altra, ossia, l’incredibile appoggio che il neo-governo Draghi ha riscosso proprio da parte delle forze politiche che questo “golpe” l’hanno subito. La scelta di appoggiare quello che è forse il simbolo per eccellenza di ciò che il Movimento 5 Stelle ha sempre detto di voler contrastare, ossia le grandi banche, il capitale finanziario, appare come un vero e proprio suicidio per questa forza politica. Dov’è finito l’atteggiamento urlante, “ribelle” e moralizzante, nei confronti della politica, che i pentastellati avevano ostentato fino a pochi anni fa?
Forse l’unico elemento che potrebbe evitare un crollo verticale di consensi per il M5S è il fatto che lo stesso Giuseppe Conte ha deciso di porsi al vertice di questa forza politica. Quest’ultimo, infatti, si è fatto non poco apprezzare e gode senza dubbio tuttora di un notevole prestigio.
Come se non bastasse, anche la sinistra del Partito Democratico, con le dimissioni di Zingaretti, si sta, allo stesso modo, suicidando e consegnando il partito ai “destri”, quali Letta.
Ci sarebbe da dire che quello del M5S (e della sinistra PD) è solo l’ultimo di una lunga serie di veri e propri suicidi politici a cui stiamo assistendo da ormai oltre trent’anni all’interno della sinistra (“sinistra” nel senso più ampio e generico del termine, ossia anche il M5S, dato che alla fine ha raccolto gran parte dei voti di sinistra persi negli ultimi 15 anni).
Il suicidio politico più noto e importante, lo definirei quasi la “madre di tutti i suicidi”, è stato ovviamente quello del PCI nel 1989 con la tristemente nota Bolognina.
Non solo è stato sciolto un partito di massa fondamentale per la Repubblica Italiana, che tantissimo aveva dato al nostro paese, a partire dalla Resistenza, ma il principale partito uscito fuori da questo, il PdS – al di là dei giudizi politici – non ha mai neanche lontanamente raggiunto la forza che aveva il suo predecessore.
Da quel momento in poi si vedono una lunga serie di suicidi, alcuni francamente del tutto inspiegabili, che si sono consumati all’interno delle forze di sinistra e comuniste.
Ad esempio la decisione di Armando Cossutta nel 1994 di lasciare la segreteria di Rifondazione Comunista a Fausto Bertinotti – nonché gran parte del partito, in sostanza, ai bertinottiani – per poi andarsene via lui, con la scissione, nel 1998, della minoranza che è andata a formare il Partito dei Comunisti Italiani.
Poi, il “suicidio” forse più assurdo ed eclatante per le forze comuniste, è stata la partecipazione del PRC e del PdCI al secondo Governo Prodi nel 2006-08. Un governo che questi due partiti hanno – di fatto – subito, dato che all’interno non hanno avuto nessunissimo peso e non si è riusciti a portare a casa nessun risultato, perdendo, però, la fiducia di numerosi elettori/sostenitori, i quali si erano aspettati “qualcosa di sinistra”, che non è arrivato. L’inconsistenza politica di tale partecipazione è stata per giunta aggravata dalla carica di Presidente della Camera assunta da Bertinotti in modo totalmente sterile e silente.
Ancora più incomprensibile è stata la scelta – alle elezioni successive – di formare la Sinistra Arcobaleno, cancellando nomi e simboli che avevano caratterizzato tali partiti e che provenivano da una storia gloriosa. Altro suicidio.
Il perfezionamento di tale suicidio è dato dal fatto che a partire da allora – sostanzialmente da quando è nato il PD – la cosiddetta “sinistra radicale” si è presentata ad ogni tornata elettorale con un nome e un simbolo differente, alienandosi, in questo modo, il riconoscimento e la fiducia del proprio bacino elettorale, che, a mio avviso, era potenzialmente assai consistente ed in crescita, come peraltro ha dimostrato lo stesso impetuoso boom del M5S di dieci anni fa.
Ancora, con la decisione di Diliberto, nel 2012-13, di rompere la Federazione della Sinistra per tentare l’alleanza con Bersani – peraltro non riuscendoci – l’ex segretario del PdCI ha commesso un triplice suicidio: quello della FdS, quello del PdCI (che da allora è andato in crisi irreversibile), ma anche quello della sua stessa carriera politica personale.
Un altro pesantissimo suicidio, che, anche se è avvenuto fuori dall’Italia, tuttavia ci ha condizionato non poco in negativo, è stato quello del 2015 di Syriza-Tsipras. Le speranze che il governo di Syriza aveva diffuso di una possibile rimessa in campo di una politica veramente “di sinistra”, dopo decenni di politiche liberiste e di austerity, sono state poi pesantemente frustrate dalla totale capitolazione di Tsipras di fronte al massacro sociale impostogli dalla Troika.
Purtroppo non è finita, anzi, adesso viene il “bello”: forse uno dei suicidi politici più gravi e devastanti per l’intera sinistra – a prescindere dal grado di radicalità di questa – è stato un altro.
Ossia quello di voler continuare a farsi portavoce – peraltro in perfetta sintonia con le campagne mediatiche, soprattutto nei periodi elettorali – di uno scontro “destra-sinistra” del tutto sganciato da qualunque contenuto di classe.
Si continua ad insistere, dunque, sull’antifascismo (borghese), sull’antirazzismo, sulle manifestazioni “ad personam” prima contro Berlusconi e poi contro Salvini. Insomma, uno scontro sinistra-destra che riflette lo scontro tra borghesia illuminata, (pseudo) progressista e/o radical-chic da una parte, e borghesia rozza, bottegaia, reazionaria, ma che al giorno d’oggi esercita, quest’ultima, una notevole influenza su vastissimi strati di lavoratori e popolari.
Perché, a fronte di centinaia di manifestazioni contro le destre degli ultimi dieci anni, non ve ne è stata nemmeno una, dico nemmeno una, ad esempio, contro la Riforma Fornero, contro la Spending Review, contro il Jobs Act?
La sinistra ha così timore di portare avanti dei contenuti che i ceti popolari potrebbero apprezzare?
Di sicuro ce ne sono stati altri ancora di suicidi politici, che ora, sul momento, non mi vengono in mente o che mi sono dimenticato.
La domanda da farsi è: perché?
Le risposte di sicuro sono molteplici e se ne potrebbero trovare diverse specifiche per ognuno di questi passaggi. E non sappiamo quanto questi “errori” di cui sopra siano stati un prodotto “spontaneo” – diciamo “in buona fede” – dei vari dirigenti, o quanto fossero stati indotti dall’esterno, tramite corruzione, ricatti o comunque pressioni di vario tipo.
In entrambi i casi, però, si tratta di comportamenti che denotano una subalternità della sinistra italiana alla grande borghesia. Tale subalternità – a partire quantomeno dagli anni ottanta del secolo scorso – ha prodotto tutta una serie di fenomeni deleteri, quali l’opportunismo, il politicismo, l’elettoralismo. Al punto tale che in Italia il concetto stesso di “sinistra” è stato stravolto nel suo significato, finendo per perdere del tutto il suo riferimento ai ceti popolari, ai lavoratori.
Dunque si potrebbe dire che, a livello generale, il dato veramente significativo è che la sinistra complessivamente – quindi a prescindere dalle singole forze politiche e dal loro grado di radicalità o moderatismo – ha subito l’egemonia della classe sociale dominante, sia nazionale che internazionale (il riferimento è soprattutto agli Stati Uniti, che dal dopoguerra hanno sempre pesantemente condizionato la politica del nostro paese).
David Insaidi