La foto delle figure soprastanti è utilizzata in prefazione da un libro di economia di 40 anni fa, per invitare lo studente a togliersi gli occhiali del preconcetto, se vuole mettersi in condizioni di imparare.
In verità, già 110 anni prima, Engels ci mise in guardia sui rischi di cadere nei preconcetti, scrivendo: <Per il metafisico le cose e le loro immagini riflesse nel pensiero, i concetti, sono oggetti isolati di indagine, da considerarsi successivamente e indipendentemente l’uno dall’altro, fissi, rigidi, dati una volta per sempre. Egli pensa per antitesi assolutamente immediate; il suo parlare è: si, si; no, no. Quello che c’è di più viene dal maligno. Per lui una cosa esiste o non esiste; ugualmente è impossibile che una cosa nello stesso tempo sia se stessa e un’altra. Positivo e negativo si escludono reciprocamente in modo assoluto; causa ed effetto stanno del pari in rigida opposizione reciproca […..]. La maniera metafisica di vedere le cose, giustificata e perfino necessaria in campi la cui estensione è più o meno vasta a seconda della natura dell’oggetto, tuttavia, ogni volta, urta prima o poi contro un limite, al di là del quale diventa unilaterale, limitata, astratta e si avvolge in contraddizioni insolubili, giacché, per le cose singole, dimentica il loro nesso, per il loro essere, dimentica il loro sorgere e tramontare, per il loro stato di quiete, dimentica il loro movimento; giacché, per vedere gli alberi, non vede la foresta.>.
Iniziato da Galileo, e poi perfezionato nel corso dei secoli per essere utilizzato in tutti i campi d’indagine possibili ed immaginabili, come Marx ed Engels fecero per primi in quello economico-politico, questo che oggi è chiamato metodo ipotetico-deduttivo, racchiude nei termini stessi che lo definiscono, quanto di meglio l’umanità abbia a disposizione per superare le contraddizioni prodotte dal vivere individuale e collettivo, senza rimanere aggrappati alle certezze assolute che finiscono inesorabilmente per sprofondarci nel pantano degli scontri seriali, tanto violenti quanto inconcludenti. Il metodo ipotetico-deduttivo non è difficile da utilizzare, a patto di voler ampliare la conoscenza sapendo che essa è relativa; non ci sono conclusioni esaustive, ma solo verifiche temporanee più o meno evidenti di analisi più o meno approfondite, che devono susseguirsi incessanti, per produrre sempre nuove evidenze. Proviamo a farne una.
MARX E IL PCI
UNA STORIA MISCONOSCIUTA E VITUPERATA
ACCELERAZIONE
Agli inizi del 1900 il mondo occidentale è squassato dal dispiegamento delle forze produttive operato dal capitalismo. Prima con relativa lentezza e a macchia di leopardo; poi, in modo sempre più intenso e invasivo, il nuovo modo di produrre squarcia il mondo contadino, ne frantuma tutte le certezze intellettuali e materiali, infuoca i ritmi di lavoro, squaglia le resistenze e i vincoli sociali, deforma i paesaggi naturali, abbrutisce uomini e cose, cancella i confini politici razziando risorse a più non posso ovunque esse si trovino. Il nuovo modo di produrre violenta la terra e chi ci vive così profondamente e repentinamente che, dopo, niente è più come prima.
VISUALIZZAZIONE
Per noi, oggi, è estremamente difficile farci un’idea di come si viveva nel mondo contadino, di quale fosse l’immaginario degli uomini prima dell’avvento del capitalismo. Riflettere non basta, ci vuole concentrazione, una sorta di meditazione che parta magari da uno scritto, da un quadro, da un rudere. Questi filmati interiori, tuttavia, per quanto ampi e dettagliati possano apparirci, non riescono a darci il senso completo dell’epoca chiusa dalla nascita del capitalismo, e non lo possono fare perché non sono ripresi dall’ottica marxiana.
TESI
Marx ci dice che la gigantesca ruota della storia comincia a girare sempre più in fretta spinta da un rocchetto minuscolo e potentissimo fino ad allora rimasto fermo: il profitto. E qui bisogna intendersi. Non è che prima si lavorasse gratis, semplicemente non si lavorava per il denaro che, infatti, circolava assieme agli altri prodotti come mezzo di scambio. Nei mercati, fare la spesa era sempre molto laborioso perché, in assenza di denaro, si instauravano trattative per comparare il valore dei prodotti. Il capitalista, fin da subito, ha in testa una sola cosa: guadagnare denaro inteso proprio come il metallo pregiato prima e la banconota poi. Il fatto di produrre una merce piuttosto che un’altra diventa alla lunga indifferente, l’unica cosa che conta per chi investe denaro è di recuperarlo facendolo fruttare il più possibile.
ANTITESI E SINTESI
Il monarca non aveva alcun bisogno di accumulare ricchezza, tutto era già suo, la vita e la morte dei suoi sudditi erano nelle sue mani. Senza questo cambiamento invisibile, nessuna accumulazione di capitale sarebbe stata possibile e la borghesia non avrebbe potuto soppiantare il potere monarchico, abbattendolo o portandolo al fallimento finanziario proprio attraverso i prestiti del denaro accumulato. Denaro che non è altro che plusvalore accumulato principalmente attraverso la specializzazione e l’allungamento smisurato dell’orario di lavoro, che aumenta la capacità produttiva a livelli mai visti prima, mentre a chi lavora non restituisce nemmeno il necessario per campare. In tempi brevissimi, sorgono così ricchezze mastodontiche, immense, che gli stessi capitalisti non sanno più dove investire, man mano che i mercati delle merci si saturano, per l’ovvia ragione che essi le producono in eccesso perché in funzione del profitto, e non del bisogno. Arrivano allora le crisi economiche, e chi era vissuto per lavorare, muore cercando di sopravvivere dopo il licenziamento.
CONTRADDIZIONI
Dunque, non solo il lavoratore non riceve l’equivalente in denaro di quanto produce, il che non produrrebbe profitto, ma viene sfruttato senza alcuno scrupolo fino all’inverosimile. L’ideale del profitto, scioglie insomma le briglie dell’istinto umano, i suoi aspetti peggiori; in tutti i mestieri gli uomini vengono praticamente trafilati per costruire, di pari passo con la crescita dell’ingegno, le macchine che cominceranno a sostituirli. Il nuovo modo di produrre manda perciò in crisi le tre classi esistenti in quel momento; l’aristocratica, la stessa classe borghese e quella contadina, e ne forma una nuova, quella operaia.
UN’INEDITA FORMA DEL POTERE
Per capire cosa fa la classe dominate italiana voglio citarvi un paio di passi del manifesto del futurismo redatto nel 1908 da Filippo Tommaso Marinetti per il quale bisogna <distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie> e cantare <le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa; glorificare la guerra – sola igiene del mondo – , il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.>. Cosa evocano le parole messe in fila da Marinetti non c’è bisogno di evidenziarlo, ed è lampante che egli invoca un potere adeguato al nuovo sistema produttivo. Una società di feroci può essere tenuta sotto controllo solo da gente priva di scrupoli e Mussolini, che non ne ha, proprio quella va cercando. L’Italia è il primo paese al mondo a costruire una monarchia di massa il che, si badi, non è una contraddizione in termini visto che la struttura del potere fascista è dispotica, cioè monarchica, mentre gli uomini che la compongono provengono da tutte le classi, cioè sono massa.
NUOVA BORGHESIA
La classe dominante italiana, dunque, non si rigenera, bensì trasmuta in un ibrido che farà scuola in Europa e in Sud America, e susciterà aperte simpatie in tutti i circoli occidentali del potere. La classe borghese, che cresce al passo con lo sviluppo economico da essa stessa impresso, impara con Pirandello a gestire la crisi di identità che da questo deriva. Un paio di passi tratti da Uno, nessuno e centomila, ci aiutano a capire in che stato di caleidoscopica incertezza si va a ficcare il borghese instaurando l’era del consumismo: <ma il guajo è che voi, caro mio, non saprete mai come si traduca in me quello che voi mi dite. Non avete parlato turco, no. Abbiamo usato io e voi, la stessa lingua, le stesse parole. Ma che colpa abbiamo, io e voi, se le parole, per sé, sono vuote? Vuote, caro mio. E voi le riempite del senso vostro, ne dirmele; e io, nell’accoglierle, inevitabilmente, le riempio del senso mio. Abbiamo creduto d’intenderci; non ci siamo intesi affatto>, e ancora: <una realtà non ci fu data e non c’è, ma dobbiamo farcela noi, se vogliamo essere: e non sarà mai una per tutti, una per sempre, ma di continuo e infinitamente mutabile>. Riflessioni di questo tipo, che da sempre erano rimaste nell’ambito dei cattedratici, vengono massificate attraverso il romanzo diventando, letteralmente, un potente vaccino contro l’insicurezza ancestrale che la società contadina aveva imbozzolato nei suoi rigidi costumi, e che riemerge allora prepotente attraverso i mille rivoli del cambiamento in atto.
LA RESA
La società contadina è descritta magistralmente dal film Novecento di Bertolucci. All’inizio del secolo scorso, nella piana del Po, il padronato teneva i contadini segregati dentro grandi monolocali contornati da uno spazio recintato dai quali si usciva all’alba per lavorare sotto sorveglianza e si rientrava al tramonto. In una scena riferita al primo dopoguerra, il padrone mostra ai contadini di quanto lavoro è capace una trebbiatrice a cavallo appena comprata dall’estero. Il figlio del padrone chiede al più anziano di essi perché non prova a fare un giro con il superbo acquisto, e lui risponde che su quel diavolo là non ci monta. Il padrone magnifica i dieci minuti di lavoro della trebbiatrice a cavallo che equivalgono a mezza giornata di lavoro di sei persone. L’anziano contadino gli ribatte che la macchina si lascia indietro un sacco di fieno, il padrone insiste che quelle sono stupidaggini, e l’importante è essere riusciti a comprare per primi il mirabolante attrezzo, il vecchio conclude allora che sono beati gli ultimi: il coso c’ha i denti come una iena. Questa inesorabile metafora descrive la resa senza condizioni del mondo contadino all’insorgente società industriale, e i dati occupazionali sono lì a confermarcelo: prima della nascita del capitalismo il 95% della popolazione di ogni nazione era impiegato nelle attività agricole, a seguito del suo sviluppo il 90% di questa va a lavorare nell’industria e nei servizi.
IL FUOCO NELLA CENERE
Il sistema sembrerebbe affermato una volta per tutte, ma c’è un ma. Esso stesso, con la sua violenta trafila, distorce, deforma, trasforma e infine trasmuta il contadino e lo stesso artigiano in operaio. Le attitudini personali, le inclinazioni, le preferenze e le abilità (insomma, tutto quello che distingue la fabbricazione dalla prefabbricazione) diventano un ostacolo per i disegni dell’ingegno asservito alla produzione. Le merci vanno prodotte nel più breve tempo possibile, con la minor spesa e in previsione del massimo profitto. Anche qui una scena del film Tempi moderni di Charlie Chaplin focalizza perfettamente cosa accade ai contadini e agli artigiani durante la rivoluzione industriale, laddove l’operaio Chaplin si ritrova a ruotare assieme a una serie di ingranaggi, metaforicamente assieme a tutti gli ingranaggi. I contadini e gli artigiani diventano strumenti, sono a tutti gli effetti parti umane di macchine che lo sviluppo tecnologico via via sostituisce con parti artificiali da essi stessi fabbricate.
RIVOLTA E RIVOLUZIONE
Appena nata, la classe operaia è del tutto inconsapevole della sua forza; la mette in campo per reazione, all’inizio per giunta sbagliando, perché distrugge le macchine senza capire che è chi le possiede l’oppressore. E’ la stessa soverchiante oppressione produttiva che la stimola ad organizzarsi prima attraverso le leghe, in seguito con il sindacato ed infine tramite il partito. A quel punto emerge la coscienza di essere una forza rivoluzionaria tanto quanto quella borghese che aveva soppiantato le monarchie o le aveva esautorate del potere.
NASCE IL PCI
In questo orizzonte, il partito comunista immaginato da Gramsci non aspetta le condizioni favorevoli per la rivoluzione e nemmeno le prepara, piuttosto la invera giorno dopo giorno aderendo alla definizione marxiana del comunismo come movimento reale che abolisce lo stato di cose presente, fino a farne la sua pelle. Il partito siffatto non è una semplice sommatoria di persone ma la trasfigurazione della classe che rappresenta. Le condizioni materiali della classe permeano il dibattito interno dell’avanguardia così formata, e ne costituiscono il presupposto operativo, il partito cosi concepito è uno strumento a disposizione della classe e non dei singoli, per quanto essi risultino autorevoli e preparati, che vuole essere egemone e non imporsi a priori. Così concepito, il partito vive della vita dei suoi iscritti, dei simpatizzanti e di tutti i cittadini che lo riconoscono; perché la vita che scorre è l’unico vero antidoto contro i settarismi, gli opportunismi, i dogmatismi, dunque il modo migliore per trovare le sintesi politiche. La svolta di Togliatti del secondo dopoguerra non fa che ramificare e approfondire questo radicamento concettuale nelle coscienze, influenzando in modo addirittura stupefacente la vita economica, politica, sociale e culturale dell’intero paese.
PRIMA REPUBBLICA
In effetti, quella dei comunisti in Italia è stata un’influenza tanto profonda, da condizionare fortemente l’indirizzo delle scelte politiche ed economiche nonostante il perenne ruolo di opposizione. Il partito gramsciano, e poi quello togliattiano, è stato insomma fondato sul protagonismo dei lavoratori, sulle loro lotte che, migliorando la paga e le condizioni nei luoghi di lavoro, hanno migliorato anche quelle di vita di tutti i lavoratori e gli italiani. Racconta la Rossanda che una volta, mentre era in procinto di incominciare una riunione, Trentin le venne incontro dicendogli che era rimasto stupito del rifiuto da parte dei tessili di un accordo da lui firmato, che prevedeva l’equiparazione retributiva delle ore straordinarie fatte di sabato al cottimo che, essendo facoltativo, nessuno si sognava più di fare. Nonostante la paga oraria triplicata, i lavoratori dissero no all’accordo perché il sabato e la domenica li volevano trascorrere con i propri familiari. Se proprio i padroni hanno bisogno di più lavoro, dissero i tessili a Trentin, assumano i lavoratori necessari! E’, questa, l’essenza del partito gramsciano, che concepisce la lotta di classe come una lotta continua per strappare profitto al capitale. Io lavoratore voglio guadagnare sempre di più e stare sempre meglio lavorando sempre di meno, così come tu che hai il capitale vuoi farmi guadagnare sempre di meno facendomi stare sempre peggio lavorando sempre di più.
L’APOGEO
Fra 1946, con l’approvazione della Costituzione, fortemente voluta per dare piena legittimità alle lotte, e la sua chiusura, nel 1991, il Pci (con il Psi nel primo tratto), in sintonia con le forze sindacali, promosse e guidò 45 anni di lotte, arrivando a far mettere sotto il controllo della politica più del 50% dell’economia dell’Italia. Salario diretto (la busta paga), salario indiretto (Scuola, Sanità, Trasporti), salario differito (pensione), indicizzazione salariale (la scala mobile) e tetto massimo agli affitti. Il tutto governato dal Parlamento attraverso sussidi vari all’agricoltura e all’industria, il CIPE (comitato interministeriale prezzi) e la proprietà del 75% del sistema bancario e delle aziende di punta nei settori tecnologici. Se, nonostante la grande regressione economica, il paese non è ancora del tutto precipitato nella disperazione e nell’ignoranza, lo si deve proprio alle suddette condizioni economico-politiche, nelle quali sono cresciute almeno due generazioni in salute e di cultura robusta.
LA CHIUSURA DEL PCI
L’analisi delle cause che hanno portato alla nascita del Pci, alla sua crescita, ai suoi successi e al suo declino, non è mai stata fatta. Il compito sarebbe spettato ai riformisti, cioè a chi lo aveva chiuso, il Pci; e ai rivoluzionari, cioè a chi ne voleva perpetuare le gesta. Invece…
CHI L’HA VOLUTA
I riformisti hanno prodotto un vero e proprio falso storico, deliberato e profondamente disonesto, con il quale hanno ricondotto la vicenda di quel partito ad una paccottiglia di eventi decontestualizzati, i cui protagonisti, agli occhi dell’elettorato, vengono tutt’ora evocati sia come predecessori sia come terminali di una tragica parentesi storica. Per fare un esempio, e solo uno fra gli innumerevoli, di come funziona questa vigliacca mistificazione, basta pensare che, a comodo, i riformisti esaltano Berlinguer mentre rivendica l’autonomia dai cattivoni sovietici o lo liquidano come l’ultimo di quelli che si rifiutarono di accettare la modernità, facendosi così scavalcare da Craxi.
CHI NON L’HA VOLUTA
I rivoluzionari, con una superbia a tratti sconcertante, hanno prodotto un florilegio di peccati originali, richiamati all’occorrenza per dimostrare che il Pci poteva solo fare la fine che ha fatto. Il peccato originale di tutti i peccati di quel partito, è naturalmente la scelta di non aver tentato la rivoluzione nell’immediato dopoguerra; dimenticando il fatto che i greci ci provarono a farla, la rivoluzione, mandando al massacro un’intera generazione di comunisti con il solo risultato di essere messi fuorilegge e poi di doversela vedere con la dittatura.
UCCELLI, ANTILOPI O UCCELLI E ANTILOPI?
In entrambi i casi, sia i riformisti che i rivoluzionari, si sono ben guardati dal partire dall’unico dato di fatto possibile per un marxista, cioè che i dirigenti del Pci hanno lavorato, fino all’ultimo, al progetto della via italiana al socialismo perché l’hanno scientemente elaborato e ci credevano. I riformisti e i rivoluzionari, <per vedere gli alberi, non vedono la foresta>, cioè ipotizzano colpe etico-morali dei singoli, per evitare di dover dedurre tutto il contesto relativo alle scelte da essi compiute; quello internazionale e quello nazionale, il linguaggio da essi elaborato per interloquire con le masse, l’organizzazione che si sono dati e via dicendo. Figuriamoci…
RITORNO AL PASSATO
Ora: se questa reintroduzione della morale nella politica era del tutto prevedibile da parte dei riformisti, dato che l’esaltazione e la difesa dell’etica individualista è la sovrastruttura portante del sistema capitalista, da loro accettato senza riserve; lascia interdetti, ma in fondo non sorpresi, che sia stata fatta propria anche dai rivoluzionari, determinati a rinverdire i fasti delle lotte e delle conquiste operaie. In effetti, l’entrata del personale nel politico c’era già stata vent’anni prima della chiusura del Pci, che non seppe gestirla, prima quasi in punta di piedi con il movimento del ’68, poi prepotente con quello del ’77, crescendo rivoluzionari che si sarebbero rivelati sempre più inconsapevoli della vera posta in gioco. Basti pensare che nel 2000, dopo un’escursione nel più alto dei cieli del pensiero, uno di essi arrivò a predire le magnifiche sorti e progressive dell’umanità, che si sarebbe impadronita delle leve di comando della globalizzazione, proprio quando essa sarebbe stata compiuta. Altri, invece, spesero le loro energie intellettuali in studi certosini che avrebbero dimostrato le colpe di questo o quello fra chi li aveva preceduti. A partire da quello a Stalin, il più eclatante, la storia del movimento dei lavoratori è piena di questi processi post mortem ai comunisti intentati dai comunisti, ed è forse il limite più grave delle avanguardie di classe di mezzo mondo, in particolare di quelle occidentali, pesantemente condizionate dalla forza millenaria della cultura cristiano-cattolica. Giusto i cinesi, hanno accuratamente evitato di demonizzare il fondatore della Cina moderna, limitandosi, come vuole il metodo ipotetico-deduttivo, a passare al vaglio della giustezza ciò che ha fatto, e ripartire aggiornati.
PER DOLO
A conti fatti, è innegabile che i riformisti sono riusciti nell’intento di mistificare la storia del Pci, usando i risultati da esso ottenuti per farsi dare i voti con i quali li hanno quasi azzerati, quegli stessi risultati; anche oltre le loro intenzioni, bisogna osservare, perché gli industriali e i banchieri li hanno alla fine resi completamente impotenti con l’introduzione dell’EURO, con la quale guidano l’economia senza dover rendere conto alla politica.
PER COLPA
Altrettanto innegabile è il fallimento dei rivoluzionari, via via travolti dal vortice interno delle accuse e contro accuse sempre più personalistiche, e da quello esterno che riportava scientemente indietro le condizioni economico-sociali che essi si erano rifiutati di analizzare in partenza.
MASSE IN BALIA DEGLI SFRUTTATORI
A trent’anni di distanza dalla chiusura del Pci, riformisti e rivoluzionari stanno ancora quasi tutti lì, sempre gli stessi, imperterriti e impuniti, a misconoscere e vituperare la sua storia. E’ questo il tragicomico epilogo della loro sequela di errori: che gli sfruttati, i deboli, gli indifesi, ancora non sanno di subire e meno che mai di dover chiedere conto della loro condizione ad entrambi, oltreché ai padroni.
Leone Lazzara


