Sono in un bar oltre il raccordo anulare, ai confini tra Roma e il comune di Tivoli. Entro e ordino un caffe. La cassiera proprietaria inizia a parlare e borbotta tipiche frasi fatte, che sentiamo ogni giorno sulla bocca della gente. Alzo lo sguardo verso un poster appeso al muro e leggo:

“ Meglio puzzare di merda che essere povero!”

Mi pento subito di essere entrato in quel posto. Sento puzza di una mentalità discriminatoria e di destra. Poi vado al bancone e la barista, mentre mi prepara il caffe, trema in continuazione, la vedo agitata.

Gli domando: tutto bene? Lei, dice di si.

Poi, mentre sorseggio il mio decaffeinato, e la padrona va nel retro del negozio, la barista si apre con me.

“ Sono qui da una settimana, non so mai il mio orario di lavoro, non so quando prenderò di stipendio a fine mese, non so nulla!” Conclude con un sospiro dicendo: “ Se vuoi lavorare è cosi!!”.

Cerco di dire qualcosa, ma mi blocco, e poi ripenso al contesto che sto vivendo. Lo sfruttamento sul lavoro non è una invenzione velleitaria e gode anche del consenso e della rassegnazione popolare. Adesso, capisco la guerra al reddito di cittadinanza, una battaglia combattuta da padroni e padroncini, senza pudore, e vedo avanzare uno squadrismo verbale e fisico contro i lavoratori, che cammina e si afferma giorno dopo giorno grazie ad potenti complicità politiche e istituzionali. Vogliamo salvare questo esistente o ci dobbiamo salvare dall’esistente, per ridare ai lavoratori dignità e diritti! Già su questi temi non vedo battaglie in parlamento, vedo ardore e passione di alcune forze politiche per affermare (giustamente) il DDL ZAN. Vorrei vedere la stessa tenacia sui diritti del lavoro. Sennò, si crea una contraddizione e una spaccatura nel paese sul terreno della morale, che spezza il legame “tra il pane e le rose” Come nel caso del ragazzo cieco, licenziato dal suo posto di lavoro nei primi di luglio, per effetto del venir meno della legge contro i licenziamenti, parliamo di un disabile che sarà difeso dalla legge De Zan contro gli insulti, ma non contro i licenziamenti! Avrà le rose ma intanto gli si nega il pane!

Da quando, nel 1912, venne scelta dalle operaie tessili di Lawrence come canzone-simbolo della loro dura lotta per il reddito e la dignità, “il pane e le rose” non è più stato soltanto uno slogan né, tantomeno, una semplice canzone. Autentico manifesto di un mondo a venire, “il pane e le rose” sintetizza l’idea di una “società dove si è più felici, realizzati, liberi”. Una società, dunque, dove il tema dell’emancipazione della donna diventa il pilastro su cui fondare il senso di un riscatto collettivo, finalmente in grado di scardinare la divisione in classi e la relativa dinamica di sfruttamento e di oppressione economica e patriarcale.

Roberto Catracchia.